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novembre 13, 2010

Un italiano su quattro non ha 'accesso al credito'. E anche quelli che hanno idee imprenditoriali, non trovano i soldi per realizzarle. A meno che non si rivolgano al microcredito: una realtà che sta crescendo anche da noi. Ecco come.

Amina ha comprato due biglietti aerei solo andata, dal Marocco all'Italia, per i suoi figli. Così ha trasformato in realtà il sogno del ricongiungimento familiare. Rosanna sta aprendo un negozio di prodotti biologici a Gioia Tauro. Per necessità: il marito, che lavorava nel porto calabrese, è stato licenziato e ci sono tre figli da mantenere. I nomi sono di fantasia, le storie sono autentiche. Amina e Rosanna si sono rivolte al microcredito perché appartengono al popolo dei "non bancabili": non offrono abbastanza garanzie per ottenere prestiti da una banca tradizionale.

È un popolo numeroso: un italiano su quattro non ha accesso al credito. Nella maggior parte dei casi la necessità non supera i 4-5000 euro. Lo stretto necessario per pagare la rata del mutuo o dell'affitto, per una manutenzione straordinaria in casa, per rifarsi la dentiera.

Un'emergenza sociale, ma anche un nuovo mercato in cui si sono lanciate molte associazioni no profit e banche. Eticredito, Risorsa Donna, Banca Etica, Mag Verona, PerMicro e Fondo Essere solo per citarne alcune. Realtà legate al territorio, che lavorano a braccetto con servizi sociali, Caritas, associazioni, onlus e ong. Si trovano soprattutto al centro nord e si stanno lentamente sviluppando anche al meridione.

In Italia nel 2009 sono stati erogati quasi 11 milioni di euro in microcredito. Un cifra minima rispetto ai 182 dell'Ungheria e ai 152 della Francia, ma in crescita. Solo nel 2007, i microcrediti versati nel nostro paese erano fermi a 3,6 milioni di euro.

In Italia esiste anche un ente di diritto pubblico, il Comitato Nazionale permanente per il microcredito che si occupa di promuovere e monitorare le attività di microcredito del nostro paese, incoraggiare la politica a sviluppare il settore con norme ad hoc. Nella galassia delle associazioni e cooperative, c'è chi considera il comitato un inutile orpello, oltretutto assai costoso. Il presidente Mario Baccini si difende: "Costiamo 1,8 milioni di euro all'anno. Negli ultimi mesi siamo riusciti a canalizzare fondi europei pari a tre volte il finanziamento percepito".

Né banca, né volontariato. Nel nostro paese si fa microcredito (mediamente 5.700 euro) a un tasso di interesse medio del 3,7%. Proprio questo è il punto: non si tratta di volontariato. Né di credito al consumo. Anzi, chi si rivolge al microcredito, molto spesso è una vittima delle rate facili. Non si presta denaro senza la garanzia di averlo indietro e, soprattutto, non si presta a tasso zero. Allora qual è la differenza con un normale istituto di credito? "Il tempo è denaro, e una banca tradizionale non può permettersi di ascoltare un potenziale cliente per tre ore - risponde Loredana Aldegheri, direttrice di Mag Verona - noi lo facciamo senza chiedere nulla in cambio. Chi ha bisogno di soldi viene accolto, ascoltato e seguito anche dopo l'erogazione del prestito. È anche un lavoro psicologico: c'è chi si vergogna a esporci la sua situazione, c'è chi è disperato e non sa neanche da dove ricominciare".

L'ascolto, il lato umano. Ma non solo: i beneficiari del microcredito non offrono solide garanzie patrimoniali - si tratta spesso di cassintegrati o precari - ma possono contare su una rete sociale che garantisce per loro. La parrocchia, gli amici, la comunità etnica (il 47% dei beneficiari sono immigrati) o la stessa associazione che, dopo una serie di incontri preliminari, fa da garante verso la banca.

Il principio è lo stesso, le ricette sono diverse. Fondo Essere a Firenze, Mag Verona e Asca (specializzata nel microcredito per la casa) aggregano intorno a se diverse associazioni, servizi sociali, Caritas ed enti locali. Sono le "antenne" sul territorio che intercettano i bisogni e le emergenze della comunità. L'ente di microcredito si occupa dell'accompagnamento al beneficiario e lo indirizza verso la banca. È la stessa rete sociale a garantire nei confronti della banca. Spesso, chi fa microcredito si dota di un fondo di garanzia. Serve solo se il beneficiario non riesce a ripagare il debito o paga in ritardo le rate. Negli ultimi anni succede sempre più spesso.

Ma la rete sociale è un ingrediente irrinunciabile anche per chi il microcredito lo eroga direttamente. Come Eticredito, attivo nel Riminese, e Banca Etica, che con le sue 14 filiali in tutta Italia è la realtà più sviluppata del paese. "Il microcredito è solo una delle nostre attività - ci dicono dall'istituto - siamo una normale banca solo che i risparmi li investiamo per finanziare il no profit. Gli unici settori a scopo di lucro che finanziamo sono l'agricoltura biologica e le energie rinnovabili".

PerMicro, invece, fa tutto da se: trova i beneficiari, presta il denaro, si occupa dell'accompagnamento prima e dopo il prestito e se i soldi non vengono restituiti, ci rimette direttamente. L'ente torinese (più dieci filiali sul territorio) fa microcredito di mestiere. Con tassi d'interesse anche superiori al 10%. Non a caso l'amministratore delegato Andrea Limone non parla di beneficiari, ma di clienti. "In un prestito da 5000 euro c'è poca differenza tra un tasso al 4% e uno al 10%. Parliamo di qualche euro in più al mese. Ma chi si assume il rischio non può applicare tassi da beneficenza. Funziona così ovunque". In effetti in Europa il tasso di interesse medio si aggira intorno al 9%.

Piccoli business crescono. "Dimenticare di mendicare" è lo slogan di Dainef Tomescu, un rom di Bari con lo spirito dell'imprenditore. Grazie al microcredito di banca Etica (25.000 euro da pagare fino al 2013), Dainef e altri dodici rom hanno fondato la cooperativa Artezian e hanno potuto comprare due furgoni per la loro attività: svuotano cantine, fanno piccoli traslochi, puliscono appartamenti. "Nessuno presta soldi a un rom - ci dice Dainef - e questa era la nostra ultima chance".

Il microcredito serve anche a questo. Tra il popolo dei non bancabili c'è anche chi vorrebbe aprire una piccola attività commerciale. Ha l'idea, ha il fiuto e le capacità. Non ha i soldi né le garanzie per farseli prestare. Quasi tutte le 32 realtà italiane - censite nell'ultimo rapporto di Ritmi - hanno un programma di microcredito all'impresa.

Risorsa Donna è una fondazione di Roma e si concentra sulla popolazione femminile. Soprattutto immigrate, ma negli ultimi tempi anche molte italiane. Il 72% delle beneficiarie sono sotto la soglia della povertà relativa. Una di queste è Feresheteh, iraniana, laureata in lingue ed ex moglie di un dissidente del regime. Dopo il divorzio ha svolto diversi lavori, poi si è accesa una lampadina: aprire un take-away etnico insieme ad un'amica italiana. Risorsa Donna l'ha ascoltata, consigliata e continua a seguirla anche oggi. Ma le storie sono tante: c'è Isabel, una donna argentina che ha aperto un'attività da calzolaia insieme al marito grazie ai 10.000 prestati da PerMicro.

Qualcosa sta cambiando. Era il 2006 quando Muhammad Yunus, l'ideatore del microcredito, vinse il premio Nobel per la pace. Nel frattempo, uno strumento pensato per i paesi in via di sviluppo si è ritagliato uno spazio anche nella ricca Europa, soprattutto dopo la crisi economica. Nel 2009, nel vecchio continente sono stati prestati 828 milioni di euro a persone escluse dal credito. Ad agosto 2010, con la modifica al Testo Unico Bancario, il Parlamento italiano ha riconosciuto l'esistenza del microcredito fissandone i principi generali. Prima di noi lo avevano fatto solo Romania e Francia.

In attesa che escano le disposizioni attuative, chi lavora nel settore riconosce due meriti al decreto: aver fatto uscire un mondo da una zona grigia e non aver fissato regole troppo rigide. Ma non mancano le critiche: "Il decreto prevede la creazione di un albo a carico degli iscritti, cioè noi - dice Andrea Nardone di Risorsa Donna - e i costi ricadono inevitabilmente sui beneficiari. Questo albo poteva essere gestito benissimo dal Comitato per il microcredito o dalla Banca d'Italia". Piero Forosetti, uno dei fondatori del Fondo Essere, si accontenta di "una campagna di sensibilizzazione seria e capillare. È giusto aiutare popoli lontani che muoiono di fame, ma ogni tanto bisognerebbe anche dare uno sguardo al povero della porta accanto".
[fonte espresso]
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